Riconquistiamo una vivibilità, per non essere soffocati dal cemento
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Inarrestabile come la furia di un uragano la colata di cemento sta ricoprendo, con una progressiva spaventosa velocità, la scarsa superficie libera disponibile.
Per un territorio, quale quello del nostro Comune, pari a soli 11 kmq, su cui insiste una popolazione residente che sfiora le quarantamila unità e che, presumibilmente, accoglie un numero di abitanti reali vicino ai cinquantamila, la situazione, come direbbe Celentano per la sorella, non è buona.
E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, l’azione dello squalo edificatorio che, con una voracità che sembra insaziabile, sta divorando gli ultimi lembi di verde ciampinese.
Di recente mi sono recato a Marino e, per fare una cosa diversa, ho deciso di prendere il treno, anziché usare, come al solito, l’auto.
E’ curioso notare come la prospettiva di vista da un finestrino del vagone ferroviario rispetto a quello della macchina appaia profondamente diverso.
L’elettromotrice lasciata la stazione di piazza Luigi Rizzo per inerpicarsi lungo i pendii che portano alla cittadina castellana si è diretta verso l’Acqua Acetosa. Volgendo lo sguardo attorno al panorama che si offriva ai miei occhi in prossimità della fermata forte è stata la mia impressione.
Un brulicare di piccoli e medi cantieri edili, sparsi qua e là, ad occupare lo spazio libero tra le diverse costruzioni esistenti. La sensazione è stata quella di una vera e propria aggressione al territorio.
In una panoramica più ampia, ho avuto la sensazione che, non essendoci più soluzione di continuità fra gli immobili,  Mura dei Francesi e l’Acqua Acetosa sarebbero oramai un unico, grande quartiere. Non lo permette un solo elemento: la linea ferrata che, come in altre parti di Ciampino, demarca il limite fra una zona e l’altra dell’agglomerato urbano.
Prende un senso di amarezza nel constatare tutto ciò e si coglie meglio l’importanza della polemica che sta montando su riguardo la questione dei fossi o, meglio, del limite di rispetto che, dai 150 metri qualcuno vorrebbe ridurre a 20, di modo che molti lotti oggi inedificabili lo diverrebbero magicamente. Magari, con la proposta ulteriore di consentire la realizzazione di vere e proprie palafitte, per sfruttare completamente i restanti 20 metri.
Per una di quelle che io definisco fortunose coincidenze, alcuni giorni fa un mio caro amico ha voluto segnalarmi alcuni articoli usciti sulla stampa nazionale che mi sono apparsi subito pienamente in sintonia con quanto sto dicendo.
Vista l’autorevolezza delle firme, credo opportuno riprenderne almeno alcuni passi salienti.
Comincio dallo scritto di Ilvo Diamanti, sociologo, pubblicato su Repubblica del 24 agosto.
Dopo aver ricordato che l’Italia, nel decennio trascorso, ha urbanizzato un’area pari a 2.800.000 ettari di suolo, il doppio praticamente della Germania ed addirittura il quadruplo della Francia, è stata capace di costruire, nell’ultimo quinquennio, circa 1.600.000 abitazioni (un decimo delle quali abusive). Il dato appare ancora più preoccupante se si tiene conto che la Penisola detiene il record europeo per disponibilità di abitazioni. Significa che, con 26 milioni di abitazioni (delle quali un quinto non è occupato) abbiamo un valore medio di 2 vani a persona. E, nonostante tutto questo patrimonio immobiliare, abbiamo la sfrontatezza di consumare ogni anno altri 100.000 ettari di campagna, il doppio della superficie del Parco Nazionale d’Abruzzo.
Diamanti, perciò, si sente in dovere di affermare In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro “autonomia” e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l’Ici). Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Cos’ abbiamo consumato in fretta il territorio, l’ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro.
L’autore chiude stigmatizzando l’assenza di politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili, con attenzione solo nei confronti della rendita privata, non preoccupandosi di alimentare la vita pubblica. Si edificano quelle che Diamanti definisce località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone, migliaia e migliaia di estranei.
A questa visione sociologica, va seguito l’articolo dell’architetto Vittorio Gregotti, pubblicato sempre su Repubblica sabato 30 agosto.
Gregotti offre il suo contributo professionale con ulteriori riflessioni.e , dopo aver ripreso i concetti espressi da Diamanti, afferma Tutto questo assume poi il carattere fisico di quella che gli urbanisti chiamano la città diffusa, una sorta di periferia infinita a media densità servita da abbandonanti infrastrutture di trasporto e tecnologiche,,, Qualche architetto ha teorizzato sciaguratamente (ma anche con cinico realismo) che non resta più “nessun qualcosa” di collettivo nella città, anzi che va teorizzata una “città generica” rappresentazione del nuovo populismo mercantile della condizione debole del consumatore e della finanza globale forte.
Accennando alle responsabilità, l’autore chiama in causa l’ideologia della de regolazione che coinvolge insieme, in modi diversi, istituzioni e progettisti. Un’ideologia,poi,  del privato e dello sviluppo senza pianificazione e ragionevolezza collettiva. E’ questo ciò che sembra aver spento ogni senso del dovere dei gestori della comunità.
Rendo partecipe il lettore dei miei sentimenti, confessando che simili riflessioni, che andrebbero certamente ancor meglio argomentate ed  approfondite, mi hanno, oltre che impressionato, anche preoccupato.
E’ l’amore per questa città, per le sue strade, le sue piazze, le sue residue vigne, i suoi campanili, moderni ed antichi, il collegio diroccato ed in parte restaurato, la cantina sociale, ora sede municipale, il suo aeroporto (che deve essere low non per i costi ma per i movimenti), la sua gente, soprattutto le generazioni giovani, che avranno l’onore e l’onere di proseguire la storia di Ciampino, che mi spinge ad un accorato appello.
Salviamo il salvabile. Arrestiamo questa frenetica, convulsa e sconsiderata corsa. Chiediamo e realizziamo alternative.
Diamo spazio alla persona, diamole il respiro necessario ad una vita di relazione.
Non facciamoci soffocare dal cemento.

Anni Nuovi Settembre 2008                                                                                                                                        Michele Concilio